
I Journey, nell’universo musicale, rappresentano da sempre, la massima espressione di melodic rock e di diritto, si possono definire i veri portavoce del termine Aor (Adult Oriented Rock); almeno tre album ,della band americana, sono entrati nella storia della musica ovvero “Escape”, “Frontiers” e “Trial By Fire”, tre album differenti, registrati in anni ed epoche musicali differenti ma accomunati da un sound cristallino, da melodie eteree e da cori memorabili (come dimenticare “Open Arms”, capace di commuovere oggi come allora…).
Steve Perry ormai è storia ma dopo di lui, si sono avvicendati cantanti semplicemente incredibili (Steve Augeri su “Arrival” e il grande Jeff Scott Soto, per alcune date live lo scorso anno) alla corte di Neal Schon e company ma la vera “voce” dei Journey, andava ancora cercata e sembra davvero che la band, abbia fatto un centro pazzesco con il reclutamento del giovane e fortissimo singer filippino Arnel Pineta, un vero talento e forza della natura, capace di far rivivere il mito di Steve Perry in un baleno. Ascoltate la micidiale opener “Never Walk Away” e non ditemi che anche voi, non vi siete sentiti catturati dalla spire di “Escape” o “Frontiers”, per un brano che è già un classico senza tempo; un coro cosi’ non si sentiva almeno da “Higher Place” (apparsa su “Arrival”) e la classe continua con “Like A Sunshower”, una ballad in pieno stile Journey, dove Arnel si lancia in vocalizzi semplicemente da applausi, decretandolo definitivamente sul podio. Complimenti vivissimi ragazzi!
Dopo una partenza di questa caratura, la paura che la qualità scemi è dietro l’angolo ma dormite pure sonni tranquilli, perché “Change For The Better” vi farà ribollire il sangue nelle vene, per cosi’ tanta carica ed energia trasuda, il tutto supportato da un coro che Jim Peterik ruberebbe subito, per il prossimo album dei Pride Of Lions ci scommetto; un solo di Neal Schon terremotate e un finale che spinge come un camion in corsa. Un classico.
“Generations” parliamoci chiaro, non era un brutto album e anzi, al suo interno c’erano almeno tre o quattro pezzi chiave ma qui, siamo al cospetto di un album che in una ventata di aria melodica, si piazza di diritto come il degno successore di “Trial By Fire”; ascoltate “Wildest Dream” e ditemi se le note di “Don’t Stop Believin’” o “Foreve In Blue”, non vi ronzano nella testa, il tutto rivisto in chiave “anno 2008” e con una spruzzata di chitarre massicce, che sanno tanto di Bad English, con risultati sensazionali. A sorpresa ecco ricomparire una nuova versione di “Faith In The Heartland” (già apparsa su “Generations”) cantata da un Pineda incontenibile (e qui il paragone con Augeri non regge, mi spiace..) per classe e carisma, subito doppiata dalla dolce “After Alll These Years” ovvero, la nuova “Faithfully”; siamo di fronte un lento che non ha tempo, in cui tutto gira alla perfezione come un carillon, dalla voce di Arnel suadente e potente, alla chitarra di Neal mai cosi’ ispirata, fino alle tastiere eteree di Cain, che ci ricordano cosa vuol dire emozionarci di fronte a cosi’ tanta poesia.
Un Dean Castronovo su livelli pazzeschi dietro le pelli, esplode in “Where Did I Lose Your Love”, un pezzo aor nella migliore tradizione di “Separate Ways” mentre è ancora una volta la voce di Arnel a farla da padrone nella slow “What I Needed”, una ballad malinconica e sognante, altra chicca da segnare a matita rossa, come tra i brani più intensi di “Revelation”.
Sembra che più ci avviciniamo verso la fine, più la caratura dei brani acquisti valore e “What It Takes To Win”, rimane un brano che mi è difficile da spiegare; tutto ciò che si può definire melodic rock è racchiuso in questo brano. Echi di Giant, Steelhouse Lane e soprattutto dei migliori Journey di “Trial By Fire”, escono allo scoperto lasciandovi la pelle d’oca dall’inizio alla fine, cosi’ come per la successiva “Turn Down The World Tonight”, ovvero la gemma nascosta che stavamo aspettando a braccia aperte; l’ultima ballad del disco e per chi scrive forse la più spettacolare e pomposa, cantata da un Pineta sugli scudi, affiancata dalla coppia Schon/Cain, carichi di feeling come non mai pronti ad emozionarci e a lasciarci con le lacrime agli occhi, sulle note di un brano che entrerà nella storia dei Journey. Chiusura affidata alla strumentale “The Journey (Revelation)”, una song atmosferica adatta per lasciare spazio alla band e a Schon nei prossimi show dal vivo; per i più “fortunelli” di voi, nell’edizione europea di “Revelation”, troverà spazio la bonus track “Let It Take You Back” (cantata ancora da Steve Augeri) strepitosa Journey/song, dotata di un bel coro arisoso e un Neal Schon in gran forma.
Che posso dire in chiusura? Un album EPOCALE, senza ombra di dubbio e la prova definitiva che i Journey sono qui tra noi vivi e più vegeti che mai! TOP ALBUM!