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Non si sono mai amati, Shaquille O’Neal e Kobe Bryant. Nemmeno quando vincevano a mani basse titoli Nba in maglia Lakers. Da quando Shaq, poi, ha salutato Los Angeles, le frecciatine tra i due sono state all’ordine del giorno. L’ultima, domenica sera, in un locale di New York.

RAP - Cos’ha combinato, Shaquille? Semplice: da rapper semi-ufficiale qual è, è salito sul palco e ha iniziato a improvvisare. Oggetto della canzone, la recente sconfitta dei Lakers contro Boston nella finale Nba. Parole non certo tenere, quelle di “The Diesel”, nei confronti della sua ex squadre; e in particolare contro Bryant.
“YOU CAN’T DO WITHOUT ME” - “Kobe non ce l’ha fatta senza di me. L’ultima volta, non ce l’ha fatta senza di me”. L’attuale centro dei Suns, davanti a un pubblico particolarmente gasato, non si è affatto risparmiato. Ha anche accusato Bryant di essere la causa del suo divorzio con la moglie. Il tutto con il ritornello, martellante: “Kobe, you can’t do without me”. Ovvero, “Kobe, senza di me non ce la fai”.
FREESTYLE - Il video dell’improvvisato show impazza sul web e O’Neal interviene ai microfoni di Espn per precisare le sue intenzioni. “Stavo solo facendo freestyle per divertirmi, tutto qui. Non era nulla di serio, i rapper fanno freestyle quando vengono invitati. Non tirate fuori un caso da questa storia”. Nessun problema, insomma. Visti i rapporti tra i due, c’è poco da crederci.

Nonostante il caldo asfissiante io e una piccola combriccola ben assortita di amici abbiamo deciso di assistere all’ultima giornata dell’ Heineken jammin’ Festival al Parco San Giuliano di Mestre. Il viaggio di andata fila via veloce e quindi prima delle aspettative ci ritroviamo davanti al palco proprio mentre suonano i Baustelle, dei quali a dire la verità ci frega ben poco ma che comunque ascoltiamo più per curiosità che altro. Il tempo di farci una birra e sul palco salgono gli Stereophonics i quali propongono un set di canzoni rock di facile presa fra cui spiccano gli hit Maybe Tomorrow e Nice Days che il pubblico sembra gradire nonostante l’acustica non delle migliori non faciliti la comprensione del sound del gruppo. Comunque un genere che a me non fa impazzire. Alle 20.10 scocca l’ora di Alanis Morissette e le cose si fanno subito più piacevoli, sia perchè esteticamente è una gran bella figliola sia perchè l’energia delle canzoni abbinato alla sua inconfondibile voce scalda immediatamente la platea che si fa sempre più folta. Fortunatamente il set è in gran parte formato da canzoni tratte da Jagged Little Pill e questo è un gran bene visto che il livello qualitativo delle ultime releases è alquanto scadente e comunque la presenza scenica della canadese è di buon livello nonostante anche per lei l’acustica non sia delle migliori. Un’ora di buona musica che termina con l’hit Thank You che sembra aver soddisfatto i presenti. Di sicuro me. La scaletta dei brani comunque è stata questa: Moratorium (intro)-Uninvited-All I really want-8 easy steps-Perfect-You learn-Versions-Hand in pocket-Undreneath-Unprodigal daughter-Moratorium-You oughta know-Ironic-Thank you.

E siamo arrivati al momento dell’interruzione per la partita Italia-Spagna. la gente bestemmia in turco e inveisce contro tutto e tutti. Si cominciano a fare scommesse su quanto suoneranno i Police visto il ritardo causato pure dai supplementari e dai rigori. Lo spettacolo è osceno, Donandoni un incompetente, l’Italia incapace di organizzare un gioco degno di tale nome. Nonostante questo ci arrendiamo solo ai calci di rigore e la mia speranza è che questa amara delusione serva perlomeno a mandare fuori dai piedi l’amico di Albertini e far tornare il grande Marcello Lippi oppure a prendere il mago Gus Hiddink. Siamo fuori ma ce ne facciamo una ragione. Siamo alle 23.20 e le note di Get Up Stand Up di Bob Marley risuonano dallo stage. Pochi istanti ed ecco sul palco i Police. Prima Copeland poi Summers infine Sting, con fisico asciutto e barbetta incolta. Si parte subito col mega successo Message in a Bottle per poi passare a Walking On The Moon e Demolition Man. Due cose mi saltano subito agli occhi: non sono più i Police di Synchronicity Live, giovani, diretti, senza tanti fronzoli ma più simili alla band di Sting, con arrangiamenti più jazzati e tonalità più basse; L’altra è che Summers non sarà mai un grande chitarrista nonostante gli sforzi e gli applausi che lo accompagnano durante i lunghi assoli. Copeland è eccitatissimo mentre Sting è istrionico come sempre anche mi se un po’ giù con la voce rispetto alle altre volte che lo avevo visto. Lo Show prosegue con When The World Is Running Down, Don’t Stand So Close To Me, Driven To Tears, Every little Thing She Does Is Magic, Wrapped around your Finger e la sempre più sopravvalutata Dedododo Dedadada. Insomma un hit dopo l’altro ma non finisce mica qui. Tocca a I Can’t Stand Losing you chiudere lo spettacolo in attesa dei bis. E non potevano certo mancare Roxanne, King Of pain e una fantastica So lonely a scaldare una platea già caldissima, prima di congedare tutti con l’inarrivabile Every Breath You take. Pubblico in delirio dopo 1 ora e 40 di concerto, ma quando ormai tutti lo credevano termitato ecco il trio tornare di nuovo sul palco per una scatenata versione di Next To you, primo singolo assoluto del gruppo. Ora è davvero finita. I tre si congedano gridando Arriverderci e anche se sappiamo che insieme non li rivedremo mai più rimane la soddisfazione di aver assistito a un grande show di un gruppo che ha scritto una pagina indelebile della storia del rock. Non ci rimane che tornarcene soddisfatti alla macchina e fare ritorno a casa. Stanchi, arrostiti ma contenti. Sono le 4.15 quando tocco il letto di casa e di lì a poco la sveglia suona per andare a lavorare. Chissà come farò ad arrivare a sera…cazzo c’ho anche gli allenamenti!

Una grande notte di musica e sport: nella serata dei Police e di Alanis Morissette il pubblico seguirà in diretta l’avventura azzurra agli Europei di calcio. i Maxi Schermi targati Heineken permetteranno agli appassionati di seguire l’avventura della squadra azzurra dopo la qualificazione ottenuta qualche sera contro i francesi. Proprio per permettere a tutti di seguire il derby il concerto di Alanis verrà anticipato per farlo finire alle 20.30 al massimo e quello dei Police inizierà sulle 22.30.

Oltre ai 4 maxischermi di fianco al Palco principale, una tv enorme, la più grande di tutta Venezia permetterà agli appassionati di musica presenti a Heineken Jammin’ Festival di non perdersi la partita dell’Italia valevole per gli Europei di calcio: un maxi schermo di oltre 200 metri quadrati sarà infatti allestito domenica 22 giugno al Parco San Giuliano di Venezia per dare l’opportunità al pubblico di seguire in diretta il quarto di finale tra gli azzurri e la Spagna.

VISTO CHE DOMENICA SARO’ LI’ MI PONGO SOLO ALCUNE DOMANDE:

1- ma se vanno a supplementari e rigori i Police a che ora suoneranno?

2- Ma fare un maxi schermo nel second stage non era più opportuno? così tutti erano felici?

3- esisterà un’altro paese in cui si preferisce una partita di calcio all’ultimo concerto della reunion dei Police?

4-se i Police suonano un set dimezzato vado direttamente in comune a Venezia e prendo a calci in culo Cacciari!

Fiat: De Meo, auto low-cost non coincide con posizionamento brand

Così il responsabile marketing di Fiat, Luca De Meo, al convegno ‘World Marketing & Sales Forum’: “Fiat ha oggi un posizionamento che non ha mai avuto nella sua storia e perderlo sarebbe un peccato dopo il lavoro degli ultimi anni”. Rispondendo alla domanda se Lapo Elkann sia stato un fattore importante per la ritrovata simpatia del marchio Fiat, De Meo ha detto: “Sì, ha aiutato, ASSIEME ALLE SCONFITTE DELLA JUVENTUS“.

      

Non si fa certo fatica a intuire dove sia lo stadio modenese, forse perché un coro di “esclamazioni provenienti dalle profondità del corpo umano” ci guidano lungo un percorso obbligato all’entrata.Giusto il tempo di far mente locale sulla giusta traiettoria da seguire per raggiungere la tribuna stampa e ci ritroviamo lassù tra le alte gradinate a goderci il prato gremito di fan rivoluzionari. Lo spettacolo è impressionante: orde di esseri umani di varie età muniti di birra, magliettina del Che o della band (la differenza è minima) e tanto pogo inespresso. Aprono la pista i Linea 77, pestano come matti e scaldano i motori del bolide-fan: è bene allenarsi perché la serata sarà lunga e impegnativa. Mezz’ora di sfogo iniziale e poi ci si “rilassa” con i Gallows, band formata da giovani virgulti britannici con facce d’angelo macchiate qua e là da qualche tattoo, i quali non destano certo timori, sia per la esile vocina del ramato frontman, sia per la grinta un po’ trattenuta che rende l’esibizione noiosa come il ronzio di una zanzara nell’orecchio. Il pubblico infatti non apprezza. Il tempo corre velocissimo e col calare delle tenebre si oscura lo stadio e parte un’agghiacciante suono di sirena che, a dirla tutta, fa tanto Guantanamo. Detto e fatto, appaiono sul palco quattro inquietanti individui vestiti di tutine arancioni con i volti oscurati da funesti cappucci, ma dura poco, giusto il tempo di impugnare le “armi” e sparare Bombtrack, con tutta la forza che hanno in corpo. Eccoli qui i quattro californiani: Zack, Tom, Tim, Brad, che fanno scatenare di brutto con pezzi nu metal/rapcore. I virtuosismi “alternativi” di Morello e la parlantina inconfondibile di De la Rocha lasciano nell’aria lo stesso sapore fragrante di un prodotto appena sfornato: Bulls On Parade, Guerrilla Radio, Testify, Sleep Now In The Fire, Know Your Enemy, Bullet In Your Head, Calm Like A Bomb, People Of The Sun, Born Of A Broken Man sono alcune delle delizie proposte ai palati raffinati dei fan sino a Wake Up, preceduta da una piccola ma incisiva invettiva politica (be’, non si può certo parlare di amicizia e stima tra la band e il vigente governo americano, sarà per questo che il manifesto con il faccione dello Zio Sam ammiccava a tutti noi invitandoci a seguire l’esercito statunitense e a unirci a quella simpatica piramide di teschietti posta sotto di lui). E dopo il pogo selvaggio e incontenibile, i lanci di bengala, le danze tribali attorno a improvvisati falò (complimenti per i controlli, cara security), si arriva alla fine con il manifesto per eccellenza della band: Killing In The Name, portentoso come sempre, accattivante grazie alla furia di Brad e al ritmo very cool di Tim&Tom. Serata indimenticabile. Hey RATM, tornate presto in Italia, vi aspettiamo al varco (And now you do what we told ya).

(tratto da Delrock.it)

Io aspetto la recensione dal Fan con la F maiuscola Clean Shooter. Ma ancora non ho avuto segnali neppure sul suo blog, forse ancora non si è ripreso.

I Lakers rimangono vivi dopo gara 5 e rimandano la festa dei Celtics almeno a martedì in quel di Boston. La partita è stata un po’ sulla falsa riga della quarta con i giallo viola subito in controllo che acquisiscono anche 19 punti di vantaggio ma pian piano subiscono un involuzione in attacco, soffrono di amnesie in difesa e permettono ai Celtics di tornare pari. Stavolta è finita bene (per noi tifosi losangelini) ma i segnali non sono confortantanti in vista di gara 6. Intanto nessuno mai ha vinto entrambe le ultime 2 gare esterne, inoltre i Lakers sembrano una squadra un po’ fragile e discontinua e al Garden sarà davvero difficile reggere l’urto di una squadta che non vince il titolo da 24 anni. La clamorosa sconfitta di gara 4 con l’aver sperperato un vantaggio di 24 punti è ancora viviva nella mente di tutti (io ancora credo sia stato un sogno), e brucia ancora di più perche adesso saremmo 3-2 e sarebbe stato Boston ad essere con le spalle al muro. Ma ormai così è. I margini di errore ora sono 0 e bisogna affidarsi a tutte le nostre risorse. Fondamentali le prestazioni di Odom e Gasol, il rendimento della panchina e soprattutto la voglia del Black Mamba di entrare nella storia scrivendo un’impresa mai realizzata prima. Troppo? Lo credo anch’io ma per ora siamo ancora vivi e non è poco. In Kobe I Trust!

I Journey, nell’universo musicale, rappresentano da sempre, la massima espressione di melodic rock e di diritto, si possono definire i veri portavoce del termine Aor (Adult Oriented Rock); almeno tre album ,della band americana, sono entrati nella storia della musica ovvero “Escape”, “Frontiers” e “Trial By Fire”, tre album differenti, registrati in anni ed epoche musicali differenti ma accomunati da un sound cristallino, da melodie eteree e da cori memorabili (come dimenticare “Open Arms”, capace di commuovere oggi come allora…).
Steve Perry ormai è storia ma dopo di lui, si sono avvicendati cantanti semplicemente incredibili (Steve Augeri su “Arrival” e il grande Jeff Scott Soto, per alcune date live lo scorso anno) alla corte di Neal Schon e company ma la vera “voce” dei Journey, andava ancora cercata e sembra davvero che la band, abbia fatto un centro pazzesco con il reclutamento del giovane e fortissimo singer filippino Arnel Pineta, un vero talento e forza della natura, capace di far rivivere il mito di Steve Perry in un baleno. Ascoltate la micidiale opener “Never Walk Away” e non ditemi che anche voi, non vi siete sentiti catturati dalla spire di “Escape” o “Frontiers”, per un brano che è già un classico senza tempo; un coro cosi’ non si sentiva almeno da “Higher Place” (apparsa su “Arrival”) e la classe continua con “Like A Sunshower”, una ballad in pieno stile Journey, dove Arnel si lancia in vocalizzi semplicemente da applausi, decretandolo definitivamente sul podio. Complimenti vivissimi ragazzi!
Dopo una partenza di questa caratura, la paura che la qualità scemi è dietro l’angolo ma dormite pure sonni tranquilli, perché “Change For The Better” vi farà ribollire il sangue nelle vene, per cosi’ tanta carica ed energia trasuda, il tutto supportato da un coro che Jim Peterik ruberebbe subito, per il prossimo album dei Pride Of Lions ci scommetto; un solo di Neal Schon terremotate e un finale che spinge come un camion in corsa. Un classico.
Generations” parliamoci chiaro, non era un brutto album e anzi, al suo interno c’erano almeno tre o quattro pezzi chiave ma qui, siamo al cospetto di un album che in una ventata di aria melodica, si piazza di diritto come il degno successore di “Trial By Fire”; ascoltate “Wildest Dream” e ditemi se le note di “Don’t Stop Believin’” o “Foreve In Blue”, non vi ronzano nella testa, il tutto rivisto in chiave “anno 2008” e con una spruzzata di chitarre massicce, che sanno tanto di Bad English, con risultati sensazionali. A sorpresa ecco ricomparire una nuova versione di “Faith In The Heartland” (già apparsa su “Generations”) cantata da un Pineda incontenibile (e qui il paragone con Augeri non regge, mi spiace..) per classe e carisma, subito doppiata dalla dolce “After Alll These Years” ovvero, la nuova “Faithfully”; siamo di fronte un lento che non ha tempo, in cui tutto gira alla perfezione come un carillon, dalla voce di Arnel suadente e potente, alla chitarra di Neal mai cosi’ ispirata, fino alle tastiere eteree di Cain, che ci ricordano cosa vuol dire emozionarci di fronte a cosi’ tanta poesia.
Un Dean Castronovo su livelli pazzeschi dietro le pelli, esplode in “Where Did I Lose Your Love”, un pezzo aor nella migliore tradizione di “Separate Ways” mentre è ancora una volta la voce di Arnel a farla da padrone nella slow “What I Needed”, una ballad malinconica e sognante, altra chicca da segnare a matita rossa, come tra i brani più intensi di “Revelation”.
Sembra che più ci avviciniamo verso la fine, più la caratura dei brani acquisti valore e “What It Takes To Win”, rimane un brano che mi è difficile da spiegare; tutto ciò che si può definire melodic rock è racchiuso in questo brano. Echi di Giant, Steelhouse Lane e soprattutto dei migliori Journey di “Trial By Fire”, escono allo scoperto lasciandovi la pelle d’oca dall’inizio alla fine, cosi’ come per la successiva “Turn Down The World Tonight”, ovvero la gemma nascosta che stavamo aspettando a braccia aperte; l’ultima ballad del disco e per chi scrive forse la più spettacolare e pomposa, cantata da un Pineta sugli scudi, affiancata dalla coppia Schon/Cain, carichi di feeling come non mai pronti ad emozionarci e a lasciarci con le lacrime agli occhi, sulle note di un brano che entrerà nella storia dei Journey. Chiusura affidata alla strumentale “The Journey (Revelation)”, una song atmosferica adatta per lasciare spazio alla band e a Schon nei prossimi show dal vivo; per i più “fortunelli” di voi, nell’edizione europea di “Revelation”, troverà spazio la bonus track “Let It Take You Back” (cantata ancora da Steve Augeri) strepitosa Journey/song, dotata di un bel coro arisoso e un Neal Schon in gran forma.
Che posso dire in chiusura? Un album EPOCALE, senza ombra di dubbio e la prova definitiva che i Journey sono qui tra noi vivi e più vegeti che mai! TOP ALBUM!

I lakers stanotte hanno compiuto il proprio dovere e si sono portati sull’ 1-2 nella serie. Viste le circostanze non si può stare troppo a pensare come è maturato l’87-81 finale. Eravamo con le spalle al muro e contro una squadra che ci aveva battutto 4 su 4 nei precedenti incontri, regular season compresa. Poche cose sono state positive, infatti a un Bryant da 36 punti e un Vujacic da 20, con 7-10 al tiro, compreso una decisiva bomba da 3 nel finale, si contrappongono i soli 13 punti con 5-18 del duo Odom-Gasol e l’orrenda prestazione di Radmanovic. I nuovi Big Two giallo viola hanno messo a referto 56 degli 87 punti mentre il resto della squadra ha tirato con un pessimo 11-39. In compenso la difesa ha fatto il suo compito limitando Boston al 35%, Pierce a 6 soli punti (con 2-13) e Garnett a un 6-21 insolito. Solo Ray Allen con 25 punti ha creato non pochi problemi. Per ora rallegriamoci di non essere morti e di aver finalmente battuto i bianco verdi, però nelle prossime 2 gare allo Staples bisogna giocare meglio se si vuole tornare a Boston. Per adesso grazie Sasha e soprattutto grazie Kobe, alla faccia di chi in questi giorni aveva osato metterlo in discussione sotto pressione; non ce n’era bisogno ma gli ultimi 2 minuti di gara 3 hanno dimostrato la sua straordinaria superiorità con giocate che solo sua maestà Michael Jordan riusciva a fare. Appuntamento a Giovedì per un altra nottata insonne.

Al terzo gol un amico mi scrive: “Oggi è finita l’era Guido Rossi”. Non credo sia ancora finita e mi pare fin troppo facile prendermela con un allenatore che preferisce Borriello a Pippo Inzaghi. Molte scelte hanno lasciato a desiderare, a cominciare da tre difensori su quattro (quattro su cinque, se ci si mette pure il subentrato Grosso). Non so perché non abbia giocato De Rossi e non capisco perché non abbia fatto entrare subito  anche Aquilani quando si è capito che la squadra non faceva gioco e che Pirlo era spento. Barzagli è un giocatore mediocre e poi c’è l’imbarazzante caso Materazzi. Io pensavo che Burdisso fosse il difensore più scarso del calcio italiano, ma Materazzi mi ha sbriciolato anche questa certezza.

(Christian Rocca)

Lakers, ora è dura!

Sconfitta veramente dura da recuperare, il 108-102 di stanotte in gara 2. Soprattutto perchè il punteggio non rende il senso della partita. I lakers erano partiti forte e determinati prendendo 7 punti di vantaggio a 6 minuti dal termine del primo quarto. Di lì in poi è stato un monologo di Boston, andando all’intervallo a +12 e arrivando fino al +24 a 8 minuti dalla fine. Al quel punto i Celtics hanno un po’ mollato e i gialloviola hanno piazzato un parziale di 16-2 portantosi a soli 2 punti con 38 secondi sul cronometro. Pierce subisce fallo e piazza entrambi i liberi, Vujacic viene stoppato da 3 e la gara finisce come è giusto che dovesse finire. Delusione totale e la sensazione che ci vorrà un’ impresa per vincere il titolo. Intanto bisogna per forza portare a casa tutte e tre le gare al Kobe Stadium e poi bisogna cambiare atteggiamento per vincere a Boston. L’attacco non è fluido come in precedenza con Kobe che è costretto a tirare dalla media perchè i Celtics gli impediscono di arrivare a canestro e la difesa è a volte troppo molle per contrastare garnett e compagni. Inoltre l’arbitraggio anche stavolta è stato permissivo con i bianco verdi, permettendo tutta la loro irruenza e premiandoli in attacco con il triplo di tiri liberi in più rispetto ai Lakers. Per capire il solo Powe ha tirato 13 liberi, 3 in più di tutti i giallo viola. Sono sicuro che allo Staples tutto cambierà ma 3 vittorie di fila sono difficili e comunque bisogna tornare a vincere a Boston, cosa che viste le prime 2 gare sembra arduo. Resto sempre fiducioso negli aggiustamenti di Phil Jackson, ma stamani sono un po’ più abbacchiato perchè non vedo miglioramenti e perdere da una squadra che ha in quintetto fallitoni tipo Perkins e Rondo mi fa davvero rabbia. ma si sa per vincere il titolo serve cuore, orgoglio e difesa e i Celtics ne hanno da vendere.

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