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PER ME IL PIU’ GRANDE PLAYMAKER DI SEMPRE E IL PUNTO DI RIFERIMENTO SU CUI ISPIRARMI GIOCANDO (o forse è lui che si è ispirato a me, visto che ho 2 anni in più?). Il basket è estro ed emozioni e il Poz è stato il mix perfetto di questi 2 elementi. Pazzo…solo attaccante…piccolo…non fa girare la squadra…Tutte balle. Tenetevi pure i Mian e i Bonora, la gente ama lo spettacolo e lo spettacolo ha avuto un nome e cognome in questi anni: Gianmarco Pozzecco. Non caso tutti i pubblici d’Italia gli hanno reso l’onore che solo i grandi dello sport hanno meritato e lui lì a torso nudo a piangere per la commozione. Quindi ciao e grazie Mosca Atomica (non a caso è anche il mio nickname), sarai per sempre il mio idolo!

 

Non ci resta che sperare in uno dei suoi soliti scherzi anche se, per una volta, Gianmarco Pozzecco è parso più serio che mai ieri sera sul parquet di Avellino. Mancano 3′42″ dalla fine di una partita che ha ormai da tempo decretato l’eliminazione di Capo d’Orlando dai playoff: Sacchetti decide che quello è Il Momento e richiama Pozzecco in panchina. A quel punto un velo di tristezza cala sugli occhi di tutti i presenti e di chi sta seguendo da casa la partita. Impossibile pensare che questo 35enne con la faccia e i modi da eterno ragazzino non scorrazzerà più sui parquet del nostro campionato. C’è chi lo ha dato per finito ancora prima di cominciare: “troppo piccolo”, dicevano, prima di inchinarsi alla lucida follia del play triestino. Uno che la Nba l’ha solo accarezzata in una Summer League, ma che, probabilmente, avrebbe pure potuto viverla se solo ci avesse creduto un po’ di più. Pozzecco è sempre stato “prendere così o lasciare”, uno che puoi amare alla follia o odiare (sportivamente, per carità…) con altrettanta foga. Eppure nell’ultimo atto della sua carriera, in quella sorta di giro d’onore lungo una stagione intera, il Poz ha ottenuto solo attestati di stima, pacche sulle spalle e complimenti. «Grazie per avermi sopportato, grazie a tutti», c’era scritto ieri sera sulla sottomaglia bianca che ha sfoggiato al momento del richiamo in panchina. Sulle spalle il ricordo di Chicco Ravaglia e un ringraziamento a Enzo Sindoni, il presidente che lo ha voluto e che gli ha permesso questa cavalcata trionfale. Il Poz lascia il basket, dunque, portandosi dietro un personaggio che la pallacanestro italiana farebbe bene a sfruttare come immagine per attrarre i giovani o comunque a non disperdere come normalmente succede.

 

Inimitabili. Volevano che li facessero vincere. Niente di male? Forse no, se non avessero sempre gridato alla combine alle vittorie altrui e si fossero autodefiniti ONESTI. Se non esistessero andrebbero inventati. Pazza Inter amala…

                                            

 

 

Ecco finalmente uno dei dischi più attesi da ogni rocker che si rispetti, il ritorno del grande David Coverdale, leader incontrastato di quella leggenda chiamata Whitesnake.
Chiunque si sia chiesto in tutti questi anni come avrebbe potuto suonare la versione moderna del Serpente Bianco avrà la sua risposta: come negli anni ottanta ma con maggiore energia, suono migliore e produzione degna del 2008.
Coverdale mantiene il proprio marchio di fabbrica e lo stile rimane inalterato e pienamente riconoscibile in ogni singolo brano, andando a ricollegarsi al capolavoro 1987 oppure all’ incompreso ma per me validissimo Slip Of The Tongue. Lasciate dunque da parte le atmosfere intimiste di Restless Heart (comunque un grande album)perchè l’hard rock torna a dominare, con la carica e l’adrenalina dei tempi migliori, quasi a voler dimostrare che gli  Whitesnake sono ancora i numeri uno di un certo genere musicale.
E gli 11 brani sono la testimonianza: l’iniziale “Best Years” è  bellissima con un Coverdale in splendida forma , mentre “Can You Hear The Wind Blow” è dei migliori pezzi scritti dal Serpente Bianco con il duo chitarristico Aldrich-Beach in grande rilievo.
“Call On Me” prosegue il discorso mentre la dolce e romantica “All I Want, All I Need” riprende  la tradizione in materia di emozioni eleganti facendo ricordare uno dei più bei lenti della storia Hard Rock ovvero quella “Is This Love” presente nel best seller 1987. Tutto scorre alla grande passando da canzoni seventies come la title track alla semi acustica “Summer Rain senza perdere un minimo di credibilità ma anzi dimostrando una vena creativa che davvero non speravo più di riscontrare.Il finale di album è tutto un fuoco d’artificio: “Lay Down Your Love”, “A Fool In Love” e “Got What You Need” accendono i motori e bruciano intensamente, saziando gli animi degli amanti di un genere tanto eccitante e vitale come l’hard rock che da tanto tempo non ascoltavano un disco tanto ispirato. Rimane solo il tempo per la dolce “Till The End Of Time” che chiude il tutto come solo la fantastica “Sailing Ship” era riuscita a fare, lasciandoci con la certezza di aver ascoltato uno dei migliori cd degli ultimi anni in ambito rock e aver ritrovato un vecchio amore che ormai credevamo perso.  Lasciate perdere ogni dubbio che avevate e gettatevi anima e corpo in Good To Be Bad, ne vale la pena.Se poi fosse vero che gli Whitesnake faranno da supporto al tour di reunion degli Zeppelin già mi prendono gli spasmi. Per adesso mi basta questo, felice finalmente di non essere stato deluso da un nuovo prodotto di una band storica.  Ma forse gli Whitesnake non fanno tutto solo per soldi…vero cari Iron Maiden
 

 

 

  

 

 

                                                        

A Pisa un tifoso nerazzurro, imbufalito per il rigore fallito dal difensore dell’Inter, getta la televisione dalla finestra: denunciato

Quando Materazzi ha sbagliato il rigore-scudetto per l’ Inter, e mentre la Roma con Panucci e De Rossi volava a meno un punto dal tricolore, lui non ci ha visto proprio più: ha afferrato il suo tv color 28 pollici e l’ha buttato dalla finestra di casa sua, un appartamento al secondo piano di via San Benedetto, alla prima periferia di Pisa. Protagonista un tifoso interista, il cui televisore è esploso nell’aiuola condominiale. L’uomo è stato denunciato dalla polizia per lancio pericoloso di oggetti.

Finalmente Kobe Bryant può festeggiare il suo primo Mvp Award in carriera. Ci sono volute 12 stagioni, alcune straordinarie, altre ricche di alti e bassi, a Kobe per convincere finalmente i votanti - che spesso gli hanno voltato le spalle più per il suo difficile carattere che per quello che ha sempre fatto vedere sul parquet - a scegliere il numero 24 dei Lakers.

NUMERI DA URLO - Quest’anno sarebbe stato molto difficile snobbare per l’ennesima volta Kobe. I candidati meritevoli naturalmente non sono mancati, a cominciare da Chris Paul, il leader dei sorprendenti Hornets, fino ad arrivare a Kevin Garnett che con la sua leadership ha trasformato i Celtics, ma Bryant, dopo una offseason non facile, condita da polemiche e da frecciate lanciate alla franchigia, in campo ha fatto cose straordinarie che vanno al di là dei numeri (28.3 punti di media, 6.3 rimbalzi, 5.4 assist e un atteggiamento difensivo sempre impeccabile) pur eccellenti. I Lakers, poi, hanno conquistato il titolo della regular season (57-25 il record) nella difficilissima Western Conference, facendo così salire alle stelle le azioni di Bryant nella corsa al premio di Mvp.

SQUADRA VINCENTE - Con l’arrivo a febbraio di Pau Gasol la squadra ha cambiato marcia, diventando a tratti davvero inarrestabile, e dimostrando di poter puntare decisamente al titolo. Kobe ha mostrato intelligenza tattica e grande maturità facendo di tutto per integrare lo spagnolo, che nell’attacco a triangolo di coach Jackson si trova a meraviglia, negli schemi offensivi di LA. Quello che in passato, soprattutto dopo il burrascoso “divorzio” con Shaquille O’Neal, veniva bollato come un giocatore egoista e difficilissimo da gestire, quest’anno si è sacrificato per il bene della squadra, continuando comunque a punire le difese avversarie con il suo straordinario arsenale offensivo.

NUOVO KOBE - Se i Lakers sono la squadra da battere nella Western Conference il merito è proprio della leadership di un Bryant il quale dopo un’estate ad alta tensione ha ritrovato fiducia nei propri compagni e si è messo totalmente a disposizione di coach Jackson. Con l’arrivo di Pau Gasol, poi, Kobe ha trovato un perfetto alleato sotto canestro e così i Lakers, che solamente nella offseason sembravano alla sbando, adesso volano. “Non credo ci sia nessun giocatore nella storia che abbia meritato questo premio più di Kobe – dice Phil Jackson – non ho mai visto nessuno lavorare più duramente di lui”. Jackson di Mvp se ne intende avendone allenati due di tutto rispetto, Michael Jordan (cinque volte Mvp) e Shaquille O’Neal, premiato nel 2000.

CLASSIFICA - Kobe Bryant ha vinto con un discreto margine sull’astro nascente della Nba, quel Chris Paul che sta facendo impazzire Tony Parker e il resto degli Spurs: 1.105 voti sono andati a Kobe contro gli 889 di Paul. Terzo il leader dei Celtics Kevin Garnett (670), che a metà stagione sembrava il grande favorito a questo premio, quarto LeBron James (438). “Devo essere sincero, avevo perso le speranze di poter vincere questo premio – chiude Kobe – avevo fatto bene anche in altre stagioni, ma quest’anno la squadra è andata alla grande.” Sfatato anche l’ultimo tabù Kobe adesso non vuole fermarsi. Il prossimo obbiettivo è il titolo Nba, il primo senza un certo Shaquille O’Neal sotto canestro.

Cade uno degli ultimi tabù della Nba, dunque. Kobe Bryant, da anni considerato come il migliore di tutti nella Nba, riesce finalmente a portarsi a casa il premio di Mvp.

 

oggi sono 6 anni dal mitico 5 maggio 2002, quando gli sbruffoni, montati nero azzurri persero uno scudetto già vinto. hanno dato la colpa al fantomatico sistema Moggi formato da ben 3 persone e grazie a quello si sono portati a casa 2 scudetti di cartone. quest’anno in un campionato QUASI vero quasi quasi non riescono a vinvcere nonostante aiuti arbitrali a gogo. certo che se la Juve con metà squadra arriva terza a 10 punti con Ibra, Mutu, Viera, Zambrotta, Thuram, Cannavaro gli avrebbe rifilato i soliti 15 punti di distacco. Comunque per festeggiare mi voglio riassaporare quella magnifica giornata di 6 anni fa. Pobosky che segna, Gresko che cicca, Materazzi che chiede di farli vincere, Ronaldo che piange…insomma la vera Inter

Il disco del successo per i grandi e un po’ misconosciuti (almeno dal pubblico hard rock) Kansas. Trainato dal mega-hit Carry on Wayward Son, Leftoverture raggiunge i vertici delle classifiche di mezzo mondo vendendo 3 milioni di copie solo il primo anno. Con questo Lp la magia dei Kansas prende forma, attraverso un bilanciamento perfetto fra il progressive d’autore, la suite Magnus Opus, e rock easy da classifica indurito dalla chitarra di Kerry Livgren. I Kansas suonano magniloquenti, di tanto in tanto ridondanti per gli standard europei dell’epoca, ma sempre forti di un’interpretazione eccezionale dei sei musicisti,con menzione speciale per il cantante e tastierista Steve Walsh. Dall’iniziale Carry On Wayward Son all’ultima Magnus Opus ogni singolo brano rimane indelebile nella memoria di tutti i fan, tant’è che ancora la band può vantare più passaggi radiofonici nelle stazioni Usa. Brani come The Wall, What’s On My Mind o Opus Insert non possono lasciare insensibili. In seguito i Kansas sfornerarnno un altro capolavoro come Point Of Know Return ma la produzione non ha mai più toccato questi apici compositivi, complice anche l’abbandono di Kerry Livgren e di Steve Walsh, fino allo scioglimento nel 1983. La band si riforma per registrare nel 2000 l’ottimo Somewhere in Elsewhere ed è tutt’ora in pista, anche se le uscite sono piuttosto centellinate. Comunque nella storia della musica ormai ci sono già entrati di diritto e decine di band AOR e Hard Rock continuano a venerarli e a coverizzare le loro song, dai Dream Theater ai Foo Fighters, dai Guns n’ Roses agli Scorpions, dai Queensryche ai Vanden Plas. Insomma un gruppo per tutti ma conosciuto da pochi. Io ringrazio il mio amico Ugo per avermeli fatti conoscere in tenera (insomma…) età e ancora oggi rimangono un ascolto obbligatorio e necessario. Fidatevi…IN UGO I TRUST!

Ho scoperto che è famoso fra gli utenti di Youtube ma io proprio non lo conoscevo. Ringrazio mio cugino Antonio per la dritta e…meglio tardi che mai… Però me lo sono ricordato in “Maledetto il giorno che t’ho incontrato” di Carlo Verdone. Jukebox all’idrogeno vi dice nulla?

Questo è il terzo album per i troppo sottovalutati Warrior Soul e probabilmente è il loro capolavoro.La band alza il tiro, non solo nei testi ma anche nella musica: riffs gratici, ritmica potente insomma tutto ciò che li aveva resi famosi qui c’è all’ennesima potenza. Un disco bellissimo, che mi ha fatto innamorare fin dal primo ascolto nel lontano 1993. Kory Clarke, il leader e cantante, è sempre arrabbiato. La sua è la rabbia dell’impotenza, il grido disperato di chi inerme può solo assistere all’ingiustizia dilagante, che schiaccia vite e diritti umani. Un attacco continuo all’establishment americano tant’è che La Geffen non fece niente per pubblicizzare Salutations From The Ghetto Nation e tanto che Kory inizierà un suo personale attacco anche alla label giudicandola addirittura vigliacca e timorosa di vendere musica destabilizzatrice. Le canzoni sono grandi: c’è la potenza e la rabbia di Punk And Belligerent, probabilmente l’inno punk degli anni ‘90, la melodia e il r’n’r di Ass Kickin, l’aggressività di Love destruction, la psichedelia di Shine Like It, la denuncia sociale della title track e di Fallen. Insomma se non si è capito, per me, i Warrior Soul sono una belle più grandi rock band degli ultimi 20 anni e questo è un disco fottutamente intelligente, emotivo ed eccitante. Non ci sono cadute di tono nè battute d’arresto. insomma un disco semplicemente bellissimo. Colonna sonora ideale per una ipotetica rivoluzione.

Ieri sera su Rete4 per il ciclo “I Bellissimi” finalmente un titolo degno di tale enfasi: infatti è stato programmato Strange Days di Kathryn Bigelow, regista  già autrice di cult movie come Il Buio si avvicina, Blue Steel ma soprattutto il leggendario Point Break. Il film inizia in soggettiva: rapina, fuga e inseguimento, visti dagli occhi di uno dei due malviventi. Siamo a Los Angeles, tra il 30 e il 31 dicembre 1999, alla vigilia del terzo millennio: uno dei ladri indossa un casco che registra i dati sensoriali. Il cd che ne esce può essere letto da uno speciale apparecchio, lo Squid che consente a chi lo indossa di rivivere esperienze altrui, frammenti di memoria, adrenalina della fuga, del sesso, persino la morte in diretta. E’ la nuova droga e la spaccia Lenny Nero, un disperato e romantico  Ralph Fiennes. Un uomo solo, innamorato di Faith, una splendida Juliette Lewis, cantante senza futuro nè sentimenti e protetto da Mace (Angela Bassett), l’amica bodyguard dei ricchi. Strange days non è un film di fantascienza, ma un thriller ambientato in un futuro possibile e vicino (anche se il 2000 è già passato), un futuro violento, una versione appena più evoluta della realtà odierna. Con lo squid si rivivono situazioni, emozioni, visioni di pochi attimi prima, assolutamente vere. Se esistesse lo preverei senza problemi: potrei capire quello che ha provato Tardelli nella finale mondiale 1982, oppure vivrei la sensazione di assoluta superiorità di Michael Jordan in quel di Salt Lake City negli ultimi 40 secondi di  gara 6 delle Finals 1998. E’ un metodo sicuro, seduto a casa tua puoi speriementare tutto ciò che vuoi, senza rischio. Anche se nel film proprio sicuro non è a causa di un misterioso assassino. Un film tutto sommato pessimista ma anche aperto al futuro con uno strano lieto fine che la regista rivendica come un simbolo dell’umanità che vince sulla tecnologia. Un modo per entrare nel Terzo Millennio con un po’ di speranza. Un capolavoro senza tempo, che non stanca e anzi affascina a ogni visione. Uno dei più bei film degli ultimi 20 anni, per una regista bravissima che ultimamente si è un po’ persa. Da vedere, vivere ed ascoltare. Sì perchè la colonna sonora è una vera bomba. Rock duro e psichedelico. ma anche atmosfere elettroniche e rarefatte. Canzoni che penetrano nella mente grazie a un suono potente e ipnotico. Si va dai Prong ai Satchel ai Deep Forest ,presenti con due tracce, una delle quali composta ed eseguita insieme a Peter Gabriel. E poi va menzionata la performance di Juliette Lewis, brava e selvaggia cantante, che si confermerà poi con i suoi due album solisti e concerti coinvolgenti anche sul suolo italico. Insomma un film perfetto in tutto.

“Sai uno dei motivi per cui i film continuano a essere meglio del playback? Perché la musica cresce, arrivano i titoli di coda, e sai sempre quand’è finita. E’ FINITA!”

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